Da genitore dico no alle classi differenziali

Pubblichiamo qui di seguito un pezzo bellissimo che parla di noi, ma anche di quanti si trovano ad affrontare la vita dei caregiver.

Il pezzo è opera di Sabina Pignataro, e è stato pubblicato su Vita.it

Qualora foste interessati a leggere tutto, potete abbonarvi a Vita cliccando qui.

Agata, che oggi ha 12 anni e ha una disabilità motoria conseguente a una paralisi cerebrale, ha frequentato il nido, la materna e le elementari in una scuola normale. La sua mamma, Anna Baldoni, racconta come queste siano state esperienze molto positive per lei e i compagni. «Il gruppo di insegnanti ha fatto un buon lavoro. Alla fine sono sempre le persone a fare la differenza»

«Le parole di Vannacci non mi hanno sorpreso e nemmeno fatto arrabbiare. Se hai una figlia o un figlio con disabilità maturi nel tempo una grande pazienza e sei abituato al peggio».  È il commento, pragmatico e di chi è abituato a battagliare, di Anna Baldoni, insegnante e mamma di Agata, che ha 12 anni e una disabilità motoria conseguente a una paralisi cerebrale. Proprio lei, con il suo «sono stanca di essere presa in braccio», è l’ispiratrice dell’associazione “Le passeggiate di Agata”, che a Ferrara lavora per l’accessibilità di strade, parchi, negozi.

Agata ha frequentato il nido e la scuola materna, nelle scuole normali. «Sono stati un’esperienza fantastica anche grazie Elisa, educatrice di sostegno che è stata con la classe dal nido alla fine della scuola materna», racconta. «Elisa le ha fatto fare di tutto, anche se Agata non gattonava e non potevo muoversi, le ha permesso di giocare con i compagni, sempre. Quando mia figlia è cresciuta, Elisa ha costruito dei piani di lavoro in giardino perché  potesse fare i laboratori con le altre bimbe e bimbi. La parola d’ordine di questi anni è stata: fare tutto insieme agli altri».

Anche le esperienze successive sono state molto positive. «Alla scuola primaria la famiglia fa il suo ingresso in un sistema più complesso ma anche questo è importante per un bambino con disabilità: entrare nel mondo, non stare in un ‘ambiente protetto’, ma poter giocare in cortile, farsi amiche anche in altre classi, fare educazione motoria», osserva la mamma. «Agata, che ha lavorato prevalentemente in classe, ha mostrato i suoi talenti: l’eloquio, l’empatia, la gentilezza. Il gruppo di insegnanti ha fatto in modo che Agata imparasse a chiedere aiuto ai compagni e ha incoraggiato i compagni a darlo senza che questo sembrasse un evento straordinario».  Ha partecipato ad ogni gita, laboratorio, iniziativa. «Abbiamo sperimentato il cambio di insegnanti di sostegno non sempre specializzati ma avevamo la fortuna di avere due insegnanti di classe eccezionali, che attutivano i colpi». In sintesi enormi benefici per Agata, ma anche per i compagni: «Grazie a questi anni insieme, tutti loro non troveranno strano vedere oppure interagire con persone che si spostano in carrozzina e quindi per loro sarà ‘normale’ trattarle come tutti. Il gruppo di insegnanti ha fatto un buon lavoro. Alla fine sono sempre le persone a fare la differenza».

Tornando alle parole del generale Vannacci, osserva Baldoni, «credo che alla base delle sue affermazioni ci sia l’ignoranza su cosa sia la disabilità,  credo che l’abbia usata come categoria, per generalizzare, non sapendo che esistono moltissimi tipi di disabilità. Per fortuna è stato criticato a 360 gradi». Insomma, il discredito è già stato abbondante e non serve ribadire la nullità di alcune affermazioni. «Mi sento di dire che, almeno sulla disabilità, per quanto ci sia davvero tanto da fare, ci sono stati grandi passi avanti anche e soprattutto grazie alle persone disabili che oggi, proprio grazie alle nostre scuole, hanno potuto costruire una cultura sempre meno abilista ed esprimersi in ogni contesto sociale e culturale».

Cosa significa eccellere?

C’è, però, un’affermazione che ha preoccupato di più Baldoni. «Se devo esser sincera mi ha colpito di più quando ha detto che “le classi con caratteristiche separate aiuterebbero i ragazzi con grandi potenzialità a esprimersi al massimo”. Mi è venuto un brivido. Da insegnante, credo che oggi la funzione della scuola non sia trasmettere  conoscenze ma aiutare gli alunni a sviluppare la  capacità e la competenza di stare nel mondo mettendosi in relazione con le persone, ascoltare se stessi e gli altri, essere curiosi empatici. Sono queste le qualità che fanno eccellere e si maturano attraverso esperienze diverse e stando in relazione con persone che sono diverse da te».

La scuola d’eccellenza, evidenzia, «è quella con gli insegnanti formati, quella di tutti e per tutti, dove ognuno deve poter sviluppare i propri talenti, essere accolto e vivere esperienze positive. Questa è la scuola che voglio, questa è la società che voglio».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *